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Progetto Azione 3 - Contributi

Agricoltura Biologica strumento indispensabile dello sviluppo sostenibile

di Vincenzoi Vizioli presidente AIAB

Il metodo di agricoltura biologica viene spesso messo a confronto con l’agricoltura convenzionale sui parametri produttivi, per trarre sommarie conclusioni che non tengono conto di una molteplicità di fattori, non più trascurabili e tra questi la tutela e valorizzazione dell’ambiente.
Mentre l’agricoltura convenzionale pone al centro la massimizzazione produttiva, immettendo input estranei all’ambiente per condizionarlo alle proprie esigenze, l’agricoltura biologica pone al centro l’equilibrio ambientale e la valorizzazione della risorsa suolo, per raggiungere la massima produzione possibile in un determinato ambiente.
Una differenza di impostazione radicale la cui ricaduta sull’ambiente non può essere trascurata. L’agricoltura biologica, infatti, si pone l’obbiettivo di realizzare alimenti sani e buoni per chi li mangia e per l’ambiente in cui sono prodotti, rendendo inscindibile il legame tra la qualità del prodotto e il rispetto dell’ambiente. Non è un caso che il sistema di controllo e certificazione, proprio dell’agricoltura biologica, agisca sul processo di produzione a garanzia dell’applicazione del metodo, normato da un regolamento comunitario, che ha come conseguenza la qualità del prodotto finale.
L’agricoltura biologica insegna che il problema della tutela ambientale deve essere posto a monte e non può essere preso in considerazione solo a danno fatto, delegando ad altri il compito di dimostrare se una determinata tecnica può essere dannosa alla salute dell’uomo e dell’ambiente. In nome del profitto di pochi, questo purtroppo è quanto è successo fino ad ora, con una moltitudine di principi attivi, scoperti mutageni, teratogeni, cancerogeni, che sono stati tolti dal commercio dopo un uso massiccio e, quasi sempre, alla scadenza del brevetto. E’ anche quello che continua ad accadere con l’introduzione negli ecosistemi agricoli, di organismi geneticamente modificati, senza che ci sia una seria certezza sul loro effetto, trascurando per altro il danno alla biodiversità ed all’economia di un’agricoltura capace di competere sul mercato globalizzato, solo con la qualità e la tipicità delle produzioni mediterranee.
In estrema sintesi si può dire che c’è un’agricoltura, quella convenzionale, che esternalizza sulla collettività i suoi alti costi ambientali e un’altra, quella biologica che si pone come modello di sviluppo rurale, contemplando la tutela ambientale nei costi di produzione.
La questione oggi si pone proprio su come sostenere questo modello, affinché sia pienamente compreso sia da chi produce, sia da chi consuma.
L'agricoltura biologica in Italia è cresciuta tanto da essere primi in Europa, per superficie investita e numero di operatori. Il problema da affrontare oggi non è quindi: “quali deroghe al regolamento per fare entrare tutti” ma bensì: “quale ricerca, quale assistenza tecnica, quali servizi alla produzione ed alla commercializzazione servono perché l'agricoltura biologica continui a fornire prodotti sani e buoni per chi li consuma e per l'ambiente in cui sono realizzati”.
Un ragionamento pienamente contenuto nel documento del commissario europeo all’agricoltura Fischler, incentrato sulla sostenibilità, poi completamente negato dalla definizione della riforma di medio termine della Politica Agricola Comunitaria. Un primo appuntamento mancato per definire ruolo e compiti dell’agricoltura. Ora si tratta di intervenire affinché questa scelta, che si rivela profondamente iniqua e penalizzate per chiunque abbia gestito la propria azienda secondo i criteri di buona pratica agricola, trovi degli aggiustamenti con una buona applicazione degli articoli 59 e 69 che la stessa riforma mette a disposizione dei Paesi membri e delle Regioni.
Perché l'Agricoltura Biologica non sia una delle tante chimere passate per i nostri campi, è necessario che la riflessione sul settore non sia limitata a trattative sui premi da un lato e grosse operazioni commerciali dall'altro, ma sia costantemente riferita ai benefici riconosciuti che questa può dare al territorio. Quindi tutela dell'ambiente, qualità e tipicità delle produzioni, salute dei consumatori, gestione e valorizzazione delle risorse umane e naturali.
Chi crede nell'agricoltura biologica, oggi si aspetta attenzione politica per il passaggio strategico dalla conversione aziendale alla conversione del territorio, quale segnale di riconoscimento del ruolo multifunzionale che questo metodo, può svolgere sul territorio. Un salto di qualità che riconosce e affida all'agricoltura, l'impegnativo quanto naturale compito di "gestire il territorio", utilizzando il metodo di agricoltura biologica come strumento operativo.
Per dare sostanza al concetto di multifunzionalità dell'agricoltura, è necessario mettere in campo azioni di indirizzo che prevedano regole certe, e interventi di sostegno tecnico ed economico, per valorizzare intere zone che si caratterizzano per la qualità e la sanità delle produzioni legate alla capacità di gestione conservativa delle risorse.
Un progetto di promozione del territorio che non parta da divieti ma dalle potenzialità di un metodo, capace di coniugare tecnica agronomica, tutela ambientale, alimentazione e salute.
Questo obbiettivo potrebbe già essere perseguito con una corretta applicazione dei Piani di Sviluppo Rurale (PSR), rendendoli operativi nella loro interezza e non interpretandoli come nuovi improbabili e temporanei ammortizzatori sociali ma il preoccupante comune denominatore di questo strumento operativo, potenzialmente strategico, è quello della mancanza di risorse, già spese a sostegno dell’agricoltura convenzionale
Eppure non sono poche le aree italiane fortemente interessate ad un sostanziale riconoscimento del ruolo multifunzionale delle attività agricole, poiché hanno nella valorizzazione del territorio e delle sue produzioni tipiche, l'unica possibilità di continuare a fare agricoltura e zootecnia cioè, gestire e far vivere il territorio, per non abbandonarlo al degrado idrogeologico.
Alla vita di un territorio è legata la storia, la cultura, le tradizioni ed i prodotti, che insieme sono l'elemento di attrazione e quindi, di sostegno economico, di quello stesso ambiente destinato a sparire se gli si chiede di competere con l'aspetto più deleterio della globalizzazione.
Per il mondo agricolo il passaggio dalla centralità della produzione, alla centralità dell’ambiente è un evento storico, non ancora pienamente digerito ma indispensabile per ridare all’agricoltura il suo ruolo di cerniera tra produzione e territorio, tra alimentazione e salute, tra lavoro e sviluppo sostenibile. Cioè uno sviluppo incentrato sui valori ed i bisogni reali che ogni territorio esprime e che troppi territori hanno perso.
Se questa è una definizione condivisibile di agricoltura sostenibile, il metodo di agricoltura biologica ne è lo strumento essenziale è "l'agricoltura biologica”, il modello culturale da perseguire, perché capace di esaltare la sinergia tra produzione, territorio, cultura e salute.
Il regolamento 1804/99 sulla zootecnia offre un ulteriore rafforzamento di questo concetto di sostenibilità. Non possono esserci produzioni senza stretto collegamento alla terra, gli animali devono pascolare, razzolare, utilizzare il territorio, che è la loro prima fonte di alimentazione e la cui fertilità viene mantenuta grazie alle loro deiezioni, che cessano di essere un “problema di smaltimento”, diventando una risorsa. Si ribalta il concetto che ha fatto spopolare montagne e colline, perché il parametro non è più la produzione a metro quadro ma la valorizzazione delle risorse, con indirizzo produttivo dettato dalla vocazione del territorio. In questo contesto la ricerca delle deroghe piuttosto che la comprensione di un diverso modo di gestione dell'azienda e dell'allevamento sono la discriminante all'affermazione duratura del settore.
All’interno di questo progetto il metodo di agricoltura biologica non può essere ridotto ad uno dei tanti modi per fare prodotti di qualità o a settore “interessante” per i guadagni che può favorire oggi e forse ancora domani ma è, come appena detto, lo strumento indispensabile per coniugare sanità dei prodotti e sanità dell'ambiente.
In questa strategia, i tanto attesi premi, spesso determinanti per la sopravvivenza di molte aziende, non possono essere né ad ettaro né a tipo di coltura ma devono configurarsi come il riconoscimento che la società dà al ruolo di agricoltore che, nell'impegnarsi a rispettare regole certe, si fa garante della salute dei consumatori e del territorio.
Sarebbe la vera dimostrazione di aver preso coscienza che, l'inquinamento delle falde, le frane, gli smottamenti e le alluvioni, che con crescente frequenza e capacità devastante, sono parte della nostra cronaca, non sono altro che la naturale e prevedibile conseguenza dell'abbandono e della cattiva gestione del territorio. Così come, le ricorrenti emergenze agroalimentari: dall'acqua all'Atrazina, alla mucca pazza, sono l'inevitabile risultato della degenerazione del modo di concepire e fare agricoltura. I loro altissimi costi sociali, sono nei costi di produzione dell'agricoltura convenzionale, il che dimostra la competitività dell'agricoltura biologica perché ha costi di produzione complessivi minori o, se si vuole, costa di più perché si accolla oneri fino ad oggi scaricati sulla collettività.
Anche un recente “scandalo” nel biologico, scoppiato in Germania e poi abbondantemente ridimensionato, pone il problema del modello di sviluppo. Pur suonando come preoccupante campanello di allarme per tutto il settore ed il suo sistema di garanzia, la questione “Nitrofene” non fa che confermare l'assurdità di un modello di sviluppo che in nome del profitto non ha più alcun valore etico. Il Nitrofene, è un diserbante vietato in Europa sin dagli anni '80, perché cancerogeno. A questa inquietante scoperta, perché fatta dopo che il p.a. è stato abbondamente utilizzato nei nostri campi, è corrisposto il divieto d'uso nei paesi “civili” ma non il divieto di produzione per la vendita nei paesi “incivili”, per poi reimmeterlo nel nostro ambiente, ricomprando a basso costo i prodotti provenienti dai Paesi in cui è stato utilizzato. In fondo nulla di diverso da ciò che è accaduto e accade per il temutissimo DDT che continuiamo a ritrovare nel latte materno, nel grasso dei pinguini ed in tanti altri cicli biologici, nonostante il divieto risalga a circa venti anni fa.
Se il governo del territorio e la salvaguardia della cultura ad esso legata, sono valori su cui si fonda il nuovo modello di sviluppo agricolo, a chi sopporta l'onere di garantirli alla collettività, devono essere assicurati quei servizi e quelle infrastrutture, che gli permettano di svolgere bene il proprio ruolo e continuare a scegliere, anche le aree "svantaggiate", quale luogo elettivo della loro vita e attività produttiva.
In questo contesto non può essere trascurato il ruolo del sistema di controllo e certificazione, quale valore aggiunto che il settore biologico può presentare al consumatore. L'agricoltura biologica, va ricordato, è stato il primo settore del comparto agricolo a introdurre un sistema di garanzia e lo ha fatto non come certificazione volontaria ma come pregiudiziale al riconoscimento del prodotto. Purtroppo bisogna denunciare un ritardo di comunicazione colossale, risultato dell'ostracismo del mondo politico, scientifico e sindacale, che ha incontrato per molti anni chi ha scelto questo metodo di produzione. Oggi ad oltre dieci anni dall'entrata in vigore del regolamento CEE 2092/91 che stabilisce cos'è biologico e chi e come lo deve controllare, c'è un'ampia fascia di consumatori che ancora si chiede: “chi mi garantisce che è veramente biologico”.
In pochi sanno che l'etichetta di un prodotto bio consente la rintracciabilità, pochi conoscono le sigle degli organismi di controllo che devono comparire obbligatoriamente in etichetta, ai più non è noto che il sistema di controllo e certificazione previsto dal regolamento della UE, non è a campione e si sovrappone ai normali controlli degli organi preposti come: NAS, URF e ASL, inoltre nessuno sa che ogni organismo di controllo e sottoposto a vigilanza da parte del MIPAF e di ogni Regione in cui opera.
Questa mancanza di corretta comunicazione non ha valorizzato una delle peculiarità dell'agricoltura biologica, spianando la strada per delle evoluzioni che rischiano di essere degenerative del sistema. La prima e più problematica è che marchi commerciali, tramite la pubblicità si attibuiscono il ruolo di garanzia e che la dove non ci siano questi, il marchio dell'organismo di controllo venga confuso con il marchio commerciale. Il sistema di controllo è un valore e come tale deve essere gestito e rappresentato al maggiore interessato: il consumatore.
Riuscire a spostare il ragionamento politico e tecnico, sul paradigma: agricoltura - territorio - salute - ambiente, è obbiettivo ambizioso ma necessario e, nonostante ciò, non è ancora abbastanza.
Quanto detto finora è il contributo allo sviluppo sostenibile che l'agricoltura biologica è in grado di dare. Un passaggio importante ma un passaggio di un lungo percorso culturale, che deve portare a definire e realizzare un nuovo modello di sviluppo, capace di un ragionamento critico sui consumi e sulla ridistribuzione delle risorse, per ridare valore ai bisogni reali, in alternativa al consumo per il consumo.
Chi si da come missione lo sviluppo sostenibile, non può chiudere gli occhi di fronte allo sviluppo diseguale, che vede una piccola parte del mondo condizionare la possibilità di sopravvivenza, della restante parte della terra.
Chi ha coscienza ha il dovere di interrogarsi sui risultati di comportamenti che portano a consumare fino a distruggere le risorse altrui, mentre quelle porte aperte alla libera circolazione delle merci, sono invece chiuse, per uomini e donne che sfuggono dalla disperazione, frutto proprio di quei comportamenti scellerati.
In questa prospettiva assume ancora maggiore valore, il netto rifiuto dell'agricoltura biologica agli Organismi Geneticamente Modificati. In totale assenza di garanzie, non è solo atteggiamento coerente per confermare il ruolo di difesa della salute dell'uomo e dell'ambiente, proprio dell'agricoltura biologica ma scelta cosciente e necessaria per limitare la concentrazione del controllo alimentare del pianeta, in poche mani.
L'agricoltura biologica, nel suo piccolo, propone un modello di sviluppo sostenibile e praticabile, tarato sulla valorizzazione delle risorse umane e naturali, per tutelare la salute dell'uomo e dell'ambiente. Un modello possibile su cui è chiamato a ragionare chi è interessato a restituire all'agricoltura un ruolo centrale per il governo del territorio, oltre le temporanee convenienze di mercato.